domenica 27 agosto 2017

Dove scorre il Naviglio


















Questa è una storia tutta milanese. E' la storia di una città che, non possedendo un fiume che ne modelli fisionomia e storia, si è lasciata trasformare dai suoi canali artificiali, i Navigli. Prima con la costruzione e l'ampliamento di quella che fino a tutto il 1800 rappresentava un'importante via di navigazione e trasporto, poi con la copertura di gran parte delle vie d'acqua e infine con la trasformazione degli ultimi decenni, che ha visto un intero quartiere trasformarsi nel luogo più ricco di locali notturni.
Questa storia ci è stata raccontata da Erminio Sada, uno dei tre figli di Luciano ed Elda Sada, che ci ha messo a disposizione ritagli di giornale e le foto dell'album di famiglia. Potete vedere le riproduzioni ingrandite di queste e altre immagini su MuVi, il Museo Virtuale della Lombardia
Prima del proliferare di pub, ristoranti, paninerie, locali esotici e tavolini all'aperto, la vita notturna della zona che si estende fra Porta Ticinese, Porta Genova e i Navigli era animata dai residenti, che si raccoglievano negli stessi locali a giocare a carte o a bocce, davanti a una bottiglia di barbera. Tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70 la composizione del quartiere era essenzialmente popolare: vi convivevano famiglie proletarie, artigiani e commercianti, piccola malavita - la ligera - artisti e giovani che iniziavano allora l'avventura politica che avrebbe segnato almeno due generazioni.
I protagonisti di questa storia potrebbero essere i personaggi di un film. Il loro spettacolo, a metà fra cabaret, varietà e teatro di strada, è andato in scena ogni sera per 5 anni e il loro palcoscenico era un vecchio caseggiato sulla riva del Naviglio Pavese, l'Osteria della Briosca. L'edificio - in via Ascanio Sforza 27 - risale al 1600 e La Briosca era il nome della compagnia di navigazione e trasporto che attraccava lì. Un'osteria vi esisteva già allora, secondo Giuseppe Barigazzi che nel suo libro "Le osterie di Milano" la nomina tra altre 65.

Nel 1968 Luciano Sada rileva il locale da una famiglia di Trani. Luciano Sada era per tutti "Il Pinza", un soprannome della cui origine si perdono le tracce. Veniva da una famiglia di osti e aveva già avviato un'osteria al vecchio Gratosoglio, raccogliendo un gruppo di amici che, come lui, amavano suonare e cantare vecchie canzoni popolari, bere e divertirsi. Non era raro trovarvi anche cantautori già famosi, come Maria Monti, Nino Rossi, Marcello Minerbi dei "Los Marcellos Ferial". Il gruppo lo seguì sui Navigli e la fama del locale di allargò nel quartiere.
Lo spettacolo nasceva spontaneo ogni sera tra i tavoli di legno.
Luciano Sada davanti al locale

Uno dei numeri classici di Scapoccin era quello di buttarsi in acqua vestito da donna o da prete.
Accompagnandosi con piano e chitarra, il Pinza cantava attingendo da un repertorio che andava indietro di un secolo; il cabaret era animato da personaggi del quartiere: Cesarino Lamberti, tassista, Bruno Scapoccin, fabbro, Alberto Quacci, che aveva lavorato nella compagnia di Wanda Osiris e per questo era detto "la Wanda", il Rinone, Mariett Bidell, Pelè, Picaluga... Poi lo spettacolo usciva all'aperto, lungo le rive del Naviglio dove navigavano gli incredibili trabiccoli costruiti da Scapoccin: la balena, la bicicletta, la Balilla. Oltre a Cesarino, lo aiutavano Luigi Orsano e Giorgio Colnaghi, il vigile di quartiere, e tutti insieme si erano dati il nome di "Pè vünc" (i piedi sporchi).
Nel retro, un cortile dove c'erano una lapide e un'urna, forse contenente le ceneri di un soldato della guerra '15-18, e la bocciofila: un campo da gioco "alla milanese", cioè con le corsie in diagonale, separate da cunette.
Anche la cantina era diventata una taverna e lì andavano i giovani del nascente movimento studentesco: alla parete un manifesto di Mao-Ze-Dong (allora si diceva Mao-Tse-Tung) che qualcuno aveva portato dalla Cina.

La gestione del locale ricordava più quella di una festa in famiglia. I tavoli erano in comune e il personale spesso avventizio, formato da persone che erano appena uscite di galera o che si trovavano senza lavoro e venivano accolte alla Briosca. La signora Elda Bellini, moglie del Pinza, che si occupava della cucina e faceva da factotum, era disposta a lasciare i fornelli in mano a uno degli ospiti che si prestasse a cucinare per tutti. Accadeva spesso, in quel periodo, che arrivassero esuli spagnoli e portoghesi e molti di loro sono stati ospiti della famiglia del Pinza; fu così che una sera Paco, un chitarrista spagnolo di flamenco, preparò un'enorme paella per tutti.















la rivista di 













Dove scorre il Naviglio




















Nino Rossi al Tredici
Il locale diventò ben presto un polo di attrazione per tutta Milano, conosciuto anche all'estero, tanto che un giornale francese, Euro Cinema, dice - esagerando - che vi si potevano trovare "celebrità come Gassman, Mastroianni e nientemeno che Ursula Andress!"
Del gruppo corale gli "Amis della Briosca" si accorgono anche le edizioni musicali: prima la Italmusica che nel 1968 fa incidere 16 canzoni a Luciano Sada per la bella cifra di 35.000 lire e poi la Fonit Cetra, che nel 1972 mette sotto contratto tutto il gruppo per un disco di brani popolari, registrati dal vivo nelle cantine della Briosca.


Simbolo di un'epoca, luogo di destini incrociati e crogiolo creativo di musica e spettacolo, La Briosca fu insomma il ritrovo degli ultimi cantastorie e una fucina d'idee da cui trassero ispirazione molti artisti di cabaret. Fu qui che nacque anche il primo nucleo dell'ormai famosa Festa dei Navigli. Il Pinza e i suoi amici mettevano un tavolino e un grammofono sul balconcino e da lì facevano spettacolo.
Nel 1973 arrivano le ruspe. Sono gli anni della speculazione edilizia più spietata nella vecchia Milano; anni in cui, a forza di sfratti, la composizione popolare di interi quartieri cambiò irrimediabilmente. Ultimi a resistere nel vecchio edificio furono l'osteria e un'anziana signora. Sada si trasferì al numero 13 e aprì un nuovo locale che chiamò "al 13". Sull'insegna si possono leggere 3 D e una C (Tre-Di-Ci). La vecchia insegna della Briosca fu recuperata e collocata all'interno.
Alla fine degli anni '70, però, l'ambiente non era più lo stesso: alla malavita tradizionale, composta per lo più da piccoli ladri e contrabbandieri, si era sostituito il giro più pesante della droga. Il Pinza cedette il locale a una signora che aiutava in cucina e si spostò un po' più in periferia, dove aprì un locale più piccolo, "La Brioschina", ritrovo in tarda serata di artisti di teatro e musicisti da piano-bar, che si lanciavano spesso in jam-session spontanee.

Al centro, Alberto Quacci, in arte "Wanda"
"Gli amis de la Briosca" si videro ancora suonare in giro, soprattutto a scopo benefico e alle feste di quartiere. Il Pinza venne insignito dal Comune del titolo di "cittadino benemerito"; delle sue canzoni, quella più nota, divenuta un pezzo forte della goliardia, è una parodia di Montecarlo di Pino Calvi in chiave sboccata, "L'era mai success".
Alberto Quacci, uno degli ultimi interpreti del mondo dell'operetta degli anni '20 e '30, venne definito da Nino Rossi "il cantastorie più illustre che la nostra città abbia mai avuto dopo il Barbapedana e il Poiani". Ma, nonostante l'indubbio talento, nessuno di loro divenne ricco e famoso e i loro nomi sono sconosciuti ai più.
Quando morì Luciano Sada, nel 1999, il comune proibì il corteo perché si trattava di un funerale civile e non poteva concedere un percorso più lungo di 300 metri. Da via Bertacchi si arrivava giusto in Piazza XXIV maggio, un nodo troppo importante per il traffico, ma altrettanto impossibile una conclusione davanti alla chiesa di Sant'Eustorgio. Ci volle l'intervento del parroco e dei vigili di zona per trovare un accordo.
Oggi, al numero 13 spicca una nuova insegna "Osteria della Briosca", ma non ha niente a che vedere con quella di un tempo. La Milano dei cantastorie non esiste più, la vita notturna scorre ancora lungo i Navigli, più ripuliti e dignitosi di allora come più ricchi ed eleganti sono la maggior parte dei locali che vi si affacciano. Ma sul fondo, dove tutto si accumula negli anni, rimangono tracce di tutte le trasformazioni e, forse, altre se ne preparano...
La Balilla di Scapuccin alla Darsena

Per una storia dei Navigli in rete, vedi:
Il Naviglio Grande
I Navigli di Milano, viaggio in foto
"The District of Leisure: Bars, Restaurants and Entrepreneurs of the 'Milanesi Navigli'"
saggio in inglese sulla trasformazione del quartiere
Ancora su MUVI, una mostra sui barconi della Martesana











La Milano dei “trani” e delle osterie storiche

Lunedì 28 Agosto 2017 - Anno XV

La Milano dei “trani” e delle osterie storiche


Sotto la Madonnina sono molti i luoghi che si sono persi per sempre o sono rimasti impressi solo nelle foto d’epoca o in qualche vecchia stampa. Un invito alla scoperta della città tra segreti, misteri e luoghi spariti arriva dalle pagine del libro “Milano perduta e dimenticata” di Marina Moioli, Newton Compton Editori. Abbiamo scelto di proporvi un capitolo, quello dedicato ai “trani” e alle osterie storiche
Vecchia Osteria
Vecchia Osteria
Fino a qualche decennio fa chi a Milano diceva Trani non pensava alla bella città pugliese famosa per la cattedrale romanica di San Nicola, quanto piuttosto alle mescite di vino che ne hanno preso il nome. I vecchi milanesi usavano infatti il termine frani come sinonimo di bettola, osteria, cantina, ma con una forte venatura plebea. Questo perché il vino di Trani, rosso e corposo, serviva alle case vinicole per “tagliare” il vino prodotto al Nord e dargli una maggiore robustezza alcolica. Da trani derivava anche il termine tranatt, cioè “frequentatore abituale di osterie”. Chi non ricorda la canzone di Giorgio Gaber Trani a gogò? Appartiene al periodo dei primi anni Sessanta del grande cantautore milanese, assieme a La ballata del Cerutti Gino, e descrive in modo ironico ed estremamente veritiero l’atmosfera di quei locali un po’ malfamati e dei loro clienti nella Milano popolare di quegli anni:
«Seconda traversa / a sinistra nel viale / ci sta quel locale / abbastanza per male / che chiamano/ trani a gogò / si passa la sera / scolando barbera / scolando barbera / nel trani a gogò / c’è un vecchio barista /dall’aria un po’ triste / che si gratta in testa / poi serve il caffè / e un toast a me / nel trani a gogò / ci son quattro dischi / due tanghi una polka / un’antica mazurka / due mosci foxtrot / e il twist non c’è / nel trani a gogò / si passa la sera / scolando barbera / nel valpolicella / la vecchia zitella / cerca l’amor / nel trani a gogò».
"Milano perduta e dimenticata" di Marina Moioli, Newton Compton Editori, pagine 288. Euro 9,90
“Milano perduta e dimenticata” di Marina Moioli, Newton Compton Editori, pagine 288. Euro 9,90
Se ai tempi del Porta si usava invece il termine boeucc che significa “buca” ed è tuttora il nome di  un antico (e costoso) ristorante del centro, già nel Seicento e nel Settecento esistevano osterie per carrettieri, altre predilette dai patrioti, altre ancora da artisti che si riunivano a conversare intorno alla braserà (“braciere”), tutte tenute d’occhio dalla polizia per le risse che spesso si scatenavano. Nel 1616 un’ordinanza ingiunse a tutti «gli hosti, tavemari, bettolinari e camere locande di questa città, borghi e corpi santi» che i boccali per il vino avessero una capacità stabilita per legge. Nacque così il famoso mezz liter (“mezzo litro”). Una delle osterie storiche più famose è stata certamente la Cassina de’ Pomm (delle mele), una locanda con mulino del Quattrocento sul Naviglio della Martesana che nel Settecento fu osteria frequentata perfino da Giacomo Casanova e da Stendhal (che scrisse: «La Cascina delle Mele è il Bois de Boulogne milanese»). In altre, come l’Osteria dei Tre Re o al Rebecchino, gli avventori andavano per ubriacarsi ma anche per giocare a dadi, all’Osteria del Galletto si riuniva la Compagnia della Teppa. Invece alla Nos (la Noce), fuori del dazio di Porta Ticinese, ritrovo della Scapigliatura, Carlo Porta aveva un suo tavolo fisso. Ogni tipo di boecc (termine toscano che significa “buca” e che testimonia la lunga tradizione di osti di origine toscana tramandati a Milano) aveva una sua precisa funzione, perché all’osteria si facevano affari, si beveva e si cantava, ma si consumavano anche intrighi o si congiurava, si giocava a bocce (alcune rarissime osterie conservano ancora il campo ondulato “alla milanese” dove i leggeri rialzi rendevano più difficile il gioco, dato che la boccia poteva retrocedere o acquistare maggior spinta) e si fondavano movimenti letterari. Nelle osterie ogni sabet sera riuscivano a convivere brave sartine e navigate prostitute, composti ragionieri e ligera abbonati a San Vittore. Tutti insieme a mangiucchiare pescetti fritti, a bere un quai coss de bagnà e ad ascoltare il cantastorie di turno. Fu solo grazie alle atmosfere vagamente surreali delle numerosissime osterie di Milano che potè nascere, lavorare e assurgere a fama di grande artista quell’Enrico Molaschi, più noto come il Barbapedana, il “menestrello divino”, che morì in povertà alla Baggina nel 1911 lasciando in ricordo al vicino di branda la sua unica ricchezza: il cappello a cilindro con cui si esibiva gratis nei trani e che aveva la coda di uno scoiattolo cucita dietro.
Enzo Jannacci
Enzo Jannacci
Cinquant’anni dopo non fu per merito dei bar ma solo grazie alle osterie frequentate anche da pittori, poeti, scrittori, cantanti e cabarettisti, che poterono affermarsi personaggi come Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Giorgio Gaber, Nanni Svampa, I Gufi e tutti gli altri grandi “inventori” della risata amara e surreale. Tra le nebbie dei Navigli primeggiò anche un’osteria in via Ascanio Sforza 27, la Briosca, un locale che risaliva al 1600, rilevato nel 1968 da Luciano Sada, detto “il Pinza”, ma chiuso nel 1973 a causa della speculazione edilizia.
 Stessa sorte subì il malfamato Praticello di piazza Belfanti, gestito dal 1886 ai primi anni Settanta dalla famiglia Invemizzi-Fontana. Frequentato anche da due giovanissimi Cochi e Renato, fu il più famoso vivaio di cantastorie milanesi, ma anche il luogo più frequentato dalla “marmaglia” di Porta Ticinese: tutta gente che prima di imparare a camminare aveva impara a tacà lit.

Expa 09/09 Monterosso Grana Il bosco in un barattolo




Il bosco dei Sarvanot è un sentiero, accompagnato da disegni e illustrazioni, che abbraccia il paese di Monterosso Grana, passando tra boschi e prati, protagonista di diversi appuntamenti della rassegna Expa – Esperienze per persone appassionate, iniziativa, organizzata dall' Ecomuseo Terra del Castelmagno, che fino a ottobre continuerà a spostarsi sul territorio della Valle Grana facendo conoscere luoghi, prodotti e persone attraverso momenti esperienziali.
Elena Rosso, una delle persone che ha realizzato il bosco dei Sarvanot, ideatrice di diversi appuntamenti della rassegna Expa, guiderà, sabato 9 settembre, le attività de “Il bosco in un barattolo”. Si tratta di un laboratorio creativo en plein air durante il quale Elena condurrà i partecipanti nella realizzazione del proprio bosco personale utilizzando elementi naturali, quali pietre, foglie e fiori. Il bosco verrà poi racchiuso in un barattolo che potrà essere portato a casa come testimonianza dell'esperienza vissuta.
L'attività, rivolta ad un pubblico adulto, si svolgerà con un numero minimo di 5 partecipanti.
Il ritrovo è sul piazzale del campeggio Rocca Stella a Monterosso alle ore 15.00.
Offerta libera.
Prenotazioni e informazioni a: expa.terradelcastelmagno@gmail.com o +39 329 4286890.
Aggiornamenti costanti sui protagonisti di Expa alla pagina Facebook www.facebook.com/Ecomuseoterradelcastelmagno/ e sul sito internet www.terradelcastelmagno.it/.
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Expa 02-03/09 Pradleves – Monterosso. Vieni a vedere quanto è bella la Valle Grana in bicicletta!



E' un'esperienza unica! Io l'ho provata, l'ho provata stamattina, andando a comperare le trote a Valgrana, e in pochissimo tempo sono tornata a Monterosso con le trote nello zaino. Credo sia un potenziale enorme per la nostra vallata e per chiunque voglia un turismo all'aria aperta e sostenibile...”
Monica è la titolare della trattoria Aquila Nera di Monterosso Grana ed è una delle ideatrici, insieme ad altri albergatori e ristoratori locali e ad alcuni accompagnatori turistici, della due giorni, prevista all'interno della rassegna Expa organizzata dall'associazione La Cevitou che gestisce l'Ecomuseo Terra del Castelmagno, dedicata alla scoperta del territorio della Valle Grana in sella alle biciclette. Protagonista assoluta della giornata di sabato sarà la bici del momento: l'E-bike a pedalata assistita, un mezzo efficace per muoversi in modo sostenibile sul territorio e in grado di rendere alla portata di un pubblico più ampio anche gli itinerari ciclistici più impegnativi.
Nel corso della giornata sarà possibile noleggiare le e-bike per effettuare dei tour della durata un'ora circa guidati ed assistiti dalla professionalità di Roberto Ribero, accompagnatore naturalistico e guida Accademia Nazionale MTB.
Appuntamento alle 9.00 in piazza Roma a Pradleves. Costo del tour €8 a persona.
Possibilità di pranzare e provare le specialità gastronomiche della Valle Grana a prezzi convenzionati presso l'albergo ristorante La Pace di Pradleves (€20 adulti, €15 bambini sotto i 12 anni).
Per la giornata di domenica sono invece programmati dei tour in bicicletta, ciascuno della durata di un'ora circa, pensati appositamente per le famiglie, volti anche a far conoscere le giuste regole di comportamento quando ci si muove in gruppo. Il ritrovo è alle 9.00 a Monterosso Grana presso la trattoria Aquila Nera dove i partecipanti verranno accolti e dove verrà offerta la colazione.
Il costo del tour di un'ora è di €8 a persona (gratuito bambini). L'attività è rivolta a adulti e bambini sopra i 7 anni.
Presso la trattoria Aquila Nera sarà anche possibile pranzare e provare le specialità gastronomiche della Valle Grana a prezzi convenzionati (€20 adulti, €15 bambini sotto i 12 anni).
Le attività si svolgeranno con un numero minimo di 4 partecipanti.
Prenotazione e informazioni a: +39 388 9362 815 oppure expa.terradelcastelmagno@gmail.com

Prenotazioni e informazioni a: expa.terradelcastelmagno@gmail.com o +39 329 4286890.
Aggiornamenti costanti sui protagonisti di Expa alla pagina Facebook www.facebook.com/Ecomuseoterradelcastelmagno/ e sul sito internet www.terradelcastelmagno.it/.
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domenica 20 agosto 2017

Violini e mandolini d'oc 28-31 agosto, Pradleves




Chiara e Amelia. Gli eleganti fraseggi del violino e le sonorità tradizionali del mandolino. Il fascino della musica classica e il calore di quella occitana. Immersi nella calma e nella pace della Valle Grana. L'associazione culturale La Cevitou, che gestisce l'Ecomuseo Terra del Castelmagno di Monterosso Grana, propone, nell'ambito della rassegna Expa – Esperienze per persone appassionate, lunedì 28 a giovedì 31 agosto, un affascinante workshop residenziale dedicato all'apprendimento della tecnica di due strumenti musicali: il mandolino e il violino. Il corso si svolgerà presso l'Albergo La Pace di Pradleves.
Protagoniste di questo corso saranno le insegnanti Amelia Saracco (mandolino) e Chiara Cesano (violino).
Amelia, astigiana, diplomata in mandolino presso il Conservatorio C. Pollini di Padova sotto la guida del Maestro U. Orlandi, ha svolto e svolge attività concertistica come solista ed in diversi gruppi strumentali. All'attività artistica ha affiancato anche quella didattica ed è l’ideatrice del progetto mandolino per la metodologia Suzuki. Dal ’93 ha iniziato ad insegnare mandolino applicato alla metodologia Suzuki, diventandone poi Insegnante Formatrice per l’Italia e l’Europa e autrice dei volumi per mandolino. Attualmente è insegnante di mandolino presso alcune scuole del Piemonte e coordina un gruppo strumentale a pizzico di una ventina di giovani musicisti dagli 8 ai 18 anni.
Chiara, diplomata in viola presso il Conservatorio G. F. Ghedini di Cuneo, cresciuta a Sampeyre (Cn), ha cominciato il suo percorso musicale all’età di otto anni con lo studio dell’organetto diatonico, passando poi al violino e alla viola. Attualmente è membro effettivo dei gruppi: Lou Dalfin, Gran Bal Dub e Lou Tapage. All’attività concertistica ha affiancato quella didattica, che svolge da una decina d’anni. A questo riguardo è membro della “Grande Orchestra Occitana” e, nel 2013, ha formato un collettivo musicale, “Violonaires d’Oc”, costituito da suoi allievi violinisti.
Il corso è adatto ad ogni fascia di età e si rivolge sia ai principianti che ai più esperti. Per chi non avesse già a disposizione lo strumento, questo, concordandolo preventivamente, verrà fornito dalle insegnanti. Si tratta di un corso intensivo che impegnerà i partecipanti per tutto il corso della giornata e sarà così strutturato: al mattino le insegnanti illustreranno gli aspetti più teorici relativi all'apprendimento dello strumento (livello base per i principianti e approfondimenti per i più esperti) mentre al pomeriggio avverranno le esercitazioni pratiche. Al termine di ciascuna giornata di studio e esercitazione i partecipanti si esibiranno in brevi dimostrazioni aperte al pubblico e gratuite, con esecuzioni di brani del repertorio classico e di quello occitano. In occasione della serata conclusiva del corso si presenteranno in un concerto finale.
Il costo del solo corso è di €20 (quota assicurativa-associativa esclusa). Il costo del corso abbinato al soggiorno in pensione completa presso l'Albergo La Pace di Pradleves è di €200 a persona.
Per informazioni e prenotazioni:
expa.terradelcastelmagno@gmail.com oppure +39 329 4286 890.



lunedì 3 luglio 2017

Jambon Day - Una giornata alla scoperta del Re dei Crudi


Saint-Rhémy-En-Bosses

Borgo di Saint-Rhémy
  • domenica 09 luglio 2017




Nel magnifico e suggestivo borgo di Saint-Rhemy un’intera giornata dedicata al “re dei crudi”.
Gli attenti gourmet e i buongustai potranno visitare lo stabilimento di produzione dello Jambon, potranno conoscere i segreti, assistere a delle degustazioni guidate, acquistare e assaggiare il Vda Jambon de Bosses DOP ed infine potranno scoprire i vini e i prodotti valdostani. Il Jambon Day sarà anche un’opportunità per scoprire abbinamenti e sapori da coniugare con il gusto speciale del Jambon de Bosses DOP.
Le cosce di suino, attentamente scelte, vengono preparate e lavorate per diventare “Jambon”. Le cosce vengono massaggiate per far fuoriuscire residui di sangue e siero, poi salate a secco con sale marino, pepe macinato, spezie e un miscuglio di erbe autoctone, sono poi tenute a temperatura controllata, lasciando “lavorare” il sale per 20 giorni.
Dopo il lavaggio e l’asciugatura vengono poste nelle camere di stagionatura, dopo di che si procede con la sugnatura e si completa la stagionatura. Un processo di lavorazione artigianale lungo e prezioso perché racchiude il sapere della tradizione di un intero villaggio. La stagionatura si protrae tra i 12 e i 24 mesi in presenza dei fieni del territorio in un luogo fresco e ventilato in grado di riprodurre l’ambiente tipico dei “rascard”.
Il Re dei crudi in tavola
Lo Chef valdostano Paolo Bertholier vi guida in un pranzo degustazione unico nel panorama enogastronomico prenotazione obbligatoria con posti limitati ai numeri 329.5681315 o 333.6508759
L’Associazione Borghi d’Europa ha inserito la Pro Loco Sain-Rhémy-en-Bosses nei progetti d’informazione della rete internazionale.

Contatti

Pro Loco Saint-Rhémy-en-Bosses
11010 SAINT RHEMY EN BOSSES (AO)
  • Telefono:
  • (+39) 333.6508759



Saint-Rhémy è il villaggio più importante della conca situata nell'alta valle del Gran San Bernardo e chiamata Bosses, a circa 20 chilometri a nord-est da Aosta.

Storia

Il borgo di Saint-Rhémy
La funzione di centro abitato più vicino al colle sul versante alpino meridionale ha caratterizzato Saint-Rhémy nei secoli. Il toponimo latino è Endracinum: in epoca romana sul posto sorgeva un importante mansio a controllo della strada, mentre la villa del dominus Baucius sorgeva poco distante dall'arteria, sulla collina.
Subì le invasioni degli Unni, dei Burgundi, dei Longobardi, dei Carolingi e dei Saraceni, passando di mano in mano tra il VI al X secolo. Secondo la tradizione, durante la dominazione burgunda il re Gontrano, di passaggio per la valle, si fece battezzare da San Remigio arcivescovo di Reims nel 496 d.C., dando quindi il nome al paese.
Saint-Rhémy-en-Bosses è citata nel resoconto dell'itinerario di Sigerico di Canterbury che, attorno al 990 si recò a Roma per ricevere dalle mani del Pontefice Giovanni XV il Pallio; tale percorso nei secoli successivi sarebbe stato chiamato Via Francigena. In particolare la località ne rappresentava la XLVIII tappa (submansio), e fu definita dall'Arcivescovo di Canterbury Sce Remei. Egli vi soggiornò prima di oltrepassare il Colle del Gran San Bernardo.



Monumenti e luoghi d'interesse

  • La settecentesca chiesa di San Lorenzo, nella frazione di Saint-Rhémy
  • L'ottocentesca chiesa di Saint-Léonard, nell'omonima frazione (capoluogo)
  • Accanto alla Chiesa di Saint-Léonard sorge il Castello di Bosses, castello di tipo monoblocco del XIV-XV secolo.
  • In località Les Maisons, si trova la casaforte di Chevillien o Chez-Vuillien, che ben conserva una torre cilindrica e una caditoia sul lato est.
  • Degno di nota l'antico lavatoio in pietra, con lo stemma dei conti Savin de Bosses.
  • Da Saint-Rhémy si può raggiungere il Rifugio Frassati.
  • D'estate, si può visitare l'allevamento dei cani di San Bernardo, nei pressi dell'Ospizio di San Bernardo.
  • Da Saint-Rhémy si raggiungono con un sentiero le opere del Vallo Alpino; un altro sentiero da Saint-Rhémy porta alla Batteria di Plan Puitz